17 Set Veicoli circolari: l’Italia accelera verso un’economia più sostenibile
L’Italia parte da una posizione favorevole nella transizione verso un’economia circolare. Nel 2024, infatti, il 21,6% dei materiali utilizzati dall’economia nazionale proveniva da fonti riciclate: un risultato che colloca il nostro Paese al terzo posto nell’Unione europea, dopo Paesi Bassi (32,7%) e Belgio (22,7%), e ben al di sopra della media europea, ferma al 12,2%. Ma il riciclo, per quanto importante, non basta. La nuova sfida riguarda l’intero ciclo di vita dei prodotti, dalla progettazione alla gestione dei rifiuti. In questo scenario si inserisce anche il percorso verso i veicoli circolari, pensati per facilitare il riuso, il recupero dei componenti e il riciclo dei materiali.
Veicoli circolari e nuove regole europee: dalla progettazione al riciclo
La politica europea sull’economia circolare sta progressivamente spostando la propria attenzione a monte, intervenendo già nella fase di progettazione dei prodotti. L’obiettivo è fare in modo che siano più facilmente riparabili, riutilizzabili e riciclabili, ma anche che le informazioni sui materiali e sui componenti siano disponibili lungo tutta la catena del valore.
L’estate 2026 ha rappresentato, in questo senso, un momento particolarmente significativo, perché diverse nuove norme sono diventate applicabili o sono entrate in una fase operativa. Dal 12 agosto è generalmente applicabile il Regolamento europeo 2025/40, noto come PPWR, dedicato agli imballaggi e ai rifiuti di imballaggio. La normativa interviene su numerosi aspetti: dalla prevenzione dei rifiuti alla riduzione degli imballaggi, alla riciclabilità al contenuto di materiale riciclato, fino al riuso, all’etichettatura e alla responsabilità dei produttori. Non tutti gli obblighi entrano però in vigore contemporaneamente: molti obiettivi saranno introdotti gradualmente negli anni successivi.
Il 13 agosto 2026 è entrato in vigore il Regolamento 2026/1738 sulla circolarità nella progettazione dei veicoli e sulla gestione dei veicoli fuori uso. Anche in questo caso l’approccio riguarda l’intero ciclo di vita del veicolo e mette in relazione progettazione, riuso e riciclo dei componenti, contenuto di materiale riciclato, responsabilità del produttore e tracciabilità. Tra gli obiettivi previsti c’è l’aumento progressivo della plastica riciclata utilizzata nei nuovi veicoli: almeno il 15% dovrà provenire da riciclo sei anni dopo l’entrata in vigore del regolamento, per arrivare al 25% dopo dieci anni. Una parte di questo materiale dovrà inoltre derivare proprio dai veicoli fuori uso.
La circolarità passa anche dalla digitalizzazione. Dal 20 luglio 2026 è operativo il registro europeo del Digital Product Passport, previsto dal regolamento ESPR sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili. Il passaporto digitale di prodotto permetterà di associare ai prodotti informazioni utili sui materiali, sulle caratteristiche e sulla loro gestione lungo il ciclo di vita. Il registro europeo costituisce l’indice centrale del sistema, mentre i dati rimangono decentralizzati e sotto la responsabilità degli operatori economici.
Per alcune categorie di batterie, comprese quelle dei veicoli elettrici, il Digital Product Passport diventerà obbligatorio dal 18 febbraio 2027. Le imprese devono quindi iniziare a interrogarsi sulla capacità di raccogliere, verificare e rendere interoperabili i dati, evitando al tempo stesso la proliferazione di piattaforme e costi. È una trasformazione che interessa non soltanto i grandi produttori, ma progressivamente tutta la filiera.
Dalla sostenibilità dei prodotti alla trasparenza delle imprese
Anche la comunicazione ambientale è coinvolta nella nuova regolamentazione. Dal 27 settembre 2026 saranno applicabili le disposizioni nazionali che recepiscono la direttiva europea Empowering Consumers for the Green Transition. L’Italia ha completato il recepimento con il decreto legislativo 20 febbraio 2026, n. 30. Per le imprese questo significa prestare maggiore attenzione a espressioni come “green”, “ecologico” o “sostenibile”, ma anche alle dichiarazioni sulla durabilità dei prodotti e ai claim climatici basati sulla compensazione. La sostenibilità non può più essere considerata soltanto una questione di comunicazione: ogni affermazione deve poter essere supportata da informazioni verificabili e da dati adeguatamente conservati.
Anche le modifiche alla disciplina europea sulla rendicontazione di sostenibilità e sulla due diligence non eliminano le esigenze informative lungo le filiere. Una piccola o media impresa può, per esempio, non essere direttamente sottoposta agli obblighi della CSRD e continuare comunque a ricevere richieste di informazioni ambientali da una banca, da un grande cliente o da un partner commerciale. Allo stesso modo, un’impresa potrebbe non essere responsabile del Digital Product Passport finale, ma dover fornire dati relativi ai materiali o ai componenti che utilizza.
Questa crescente domanda di informazioni può rappresentare non soltanto un obbligo, ma anche un’opportunità. La capacità di raccogliere, controllare e condividere dati in modo strutturato permette alle imprese di rispondere più rapidamente alle richieste dei propri interlocutori, aumentare la trasparenza dei prodotti e rafforzare la propria affidabilità. In altre parole, una richiesta nata dalla normativa può trasformarsi in un elemento di competitività.
Nel frattempo, l’Unione europea guarda già al passo successivo con il Circular Economy Act, la cui proposta legislativa è attesa nel corso del 2026. L’obiettivo è favorire un vero mercato unico delle materie prime seconde, aumentando la disponibilità e la qualità dei materiali riciclati e stimolandone la domanda.
Per l’Italia si tratta di una grande opportunità. Il buon risultato raggiunto nel riciclo dimostra che il Paese possiede una base importante, ma il prossimo salto richiede di mettere in collegamento recupero dei materiali, qualità, ecodesign, dati digitali, acquisti e catene di fornitura. Il dato nazionale, infatti, non racconta ancora quanto siano diffuse tra le singole imprese le competenze, le tecnologie e le capacità organizzative necessarie per affrontare questa trasformazione. La sfida dei veicoli circolari rappresenta quindi una parte di un cambiamento molto più ampio: passare dal semplice riciclo dei prodotti a un’economia progettata fin dall’inizio per utilizzare le risorse in modo più efficiente e mantenerle in circolo il più a lungo possibile.